« Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere ».   

                                                                                 Giovanni Falcone

"L’ULTIMO SOGNO" di Leandro Serpetti

Quartiere sestiere rione. Contrada. Vicoli, piazzette a scarso sole con modesta eco eco di anonimi passi; archivolti, scorci su anditi in penombra, fondachi inferriati, arcigni come guerrieri impietriti dai secoli, dalla cui sommità sgocciola a monodico intervallo la gronda, ultima nota dopo l’acquazzone notturno.

Chiesule dedicate al dio dei silenzi, intime alcove di santi stantìì velati ai passanti da portoncini sigillati sotto la spessa polvere del tempo della desolazione, dopo l’ultimo squillo della campanella sui colmi del tetto, chissammai da quando: da quel giorno anzi, senza data, in cui la Contrada morì.

Eppure il fiume lambiva le Torri, la Vanga e la Verde. Nei chiaroscuri del giorno pieno o nell’ombra della sera incombente sul pigro fumar dei comignoli, l’acqua raccontava le storie dei suoi brevi amori dell’alpe di Resia alla piana, sognando, tra gli sciabordìi della riva e il ventre sodo dei barconi ormeggiati, del prossimo amplesso con l’onda dell’Adriatico , “ che verde è come i pascoli dei monti”, per l’ultima imminente, infinita avventura assegnata dalla gravità al suo stato.

E la Contrada di rimando narrava di sé, degli abitatori suoi, della vita che palpitava anch’essa scorrendo come linfa in tanti ruscelletti, entro le vie e le case, gli anfratti e le vedute, le passioni e le gioie, entro la breve eppur immensa parentesi che tutto serra e racchiude il tempo dell’uomo. Il tempo della Contrada.

Col  rituale delle ore: la voce delle campane da convento e da chiesa, alle cinque, all’angelus del sole alto, all’avemaria del crepuscolo, una preghiera pel giorno che nasce, un pensiero e un saluto a chi più non può udirla. A bruzzicò, garzoni in giacchetta corta, allampanati segaligni infreddoliti, ragazzotte imbambolate, lentiggini frettolose, occhi spauriti, sciarpette a girocollo, lavandere procaci dirette a Roggia Granda, geloni alle mani stanche. Poi rosseggia e squilla l’Androna sotto i colpi alterni del fabbro e dell’aiutante suo, rotola il carro del carbone da San Martino a Borgo Nuovo sui rari selciati o su terra battuta polverosa o poltiglia autunnale; apre bottega il falegname il sarto il calzolaio il barbiere il merciaio il conciapelli lo speziale il macellaio, alla Contrada Todesca, in Santa Maria, a Piedicastello.

Tutto il lavoro perduto si risveglia tra sbattere di imposte stridule, levar di chiavistelli mai oliati e, di sopra, il canto della sposa novella che pone, all’aria fresca del mattino ridente, lenzuola piumone cuscini tuttora tiepidi dei notturni amori, dei sudati amplessi, mentre sale in Santa Maddalena il profumo del pane dal forno e si miscela con l’odor di castagne di mosti di cavolo bollito di minestroni fumanti, di tonco del pontesèl, di brò brusà, in una babele olfattiva cui si sottende, negli angoli bui e senza luce, sentore ostinato di muffe e di sfacciate orine d’uomo e di cane.

Tarda lo spaccio la sua offerta di miserevoli cose per fame dei più; ma pane e latte già sanno di comari indaffarate, scialle e cuffietta e gemellina, già vispeggiano dicerìe pettegolezzi maldicenze parole di conforto pel vecio, su in casa davanti al foc con occhio spento e tardo, pòr om. Ed anche l' osteria ancor tace, chiusa sui sapori aciduli del vino versato sul castagno o sull’abete dei tavoli scuri: parlerà più tardi, all’ora della stanchezza serale, e saranno esagitate voci per gli alterchi nati dalla briscola dalla scopa dal trentasette mal giocato e poi più tardi, quando nelle case già tintinna il cucchiaio e il rumor di scodelle dà conto di minestre insaporite col lardo e di pagnotte con contorno di schiava gentile, si sentirà sotto i vòlti affumicati l’eco di quattro canzoni ubriache che rincasano baciandosi nel vento: che s’è messo a scirocco, recando odor di fogna nei vicoli bui ove s’aggirano gatti senza paternità e linguaggio alcuno.

Mestieri, suoni, odori, sapori della vita così com’è data, tepore di vicinato, solidarietà del sentire, palpiti d’amicizia nei tristi casi dell’exitus impreveduto; astio per inconfessabili rancori talvolta ereditari, rassegnazione secolare ai quotidiani soprusi del Magno Palazzo, microcosmo urbano sul quale sta per calare, trarotto solamente dal passo delle scolte del principe vescovo che a Salisburgo russa dopo ardui affari di stato con belle dame disinvolte e scollate e lieti calici, il Silenzio assoluto della notte: discreto complice ai cauti passi del sospettoso adultero, sazia ormai Venere per la goduta, bramata carne di colei “ che sola a lui par donna”.

Batte il campanile maggiore la menzogna dell’ora. E dorme il mercante malizioso, talleri tintinnanti e borse d’oro e buone stoffe pel possidente altero accendono il suo onirico paradiso; ronfa messer notaro, consunto l’occhio per troppi legati e codicilli, con i famigli suoi; il causidico dorme e pure il prete, tra eternità di processi e trionfi di giustizia, del nobile sulla canaglia desiderata, del palazzo sulla piazza irrequieta e infida; la quale giace in povertà d’Assisi nel tanfo promiscuo e sensuale di tuguri gelidi, e l’accattone  sogna fiere di Santa Lùzia e torroni immangiabili coi suoi denti superstiti alla piorrèa; fatto astuto sagace accorto da secoli di disprezzo, dorme il sonno dei giusti anche Rabbi Isaac Verona fu Daniele e rabidamente sogna, per la fine ignominiosa di tutti i ribaldi della storia, vivi e defunti ….

Appollaiato in un sottotetto, solo veglia il poeta e la sua insonnia s’accende d’avventura: “ Le donne i cavallier l’arme gli amori/le cortesie le audaci imprese io canto …”.

Ma subito l’epos s’abbuia per l’incombere d’una diversa misura.

Con l’istinto dei vati avverte solo degrado intorno a sé, nel mondo che cambia, nella città sempre più principesca, ogni giorno meno ricca e fiorente di rapporti di rimembranze di calore umano: sente morire le sue Contrade, ad una ad una, e ne patisce l’agonia, la lotta del vecchio che tramonta col nuovo che sorge all’orizzonte.

Là dove oggi pascola il gregge e l’Adige e l’Avisio dànno fuori ogni novembre, saranno, un giorno forse ancor lontano, strade immense e palazzi smisurati, con piccoli uomini fatti estranei l’un l’altro dalla sproporzione, ormai quasi dissimili tra loro, formiche impazzite che più non si conoscono se nono nelle loro frenesie senza meta, senza calore umano; senza il microcosmo della Contrada ove nacquero, ove giace la memoria di tutti, la cara rimembranza.

Sotto l’impeto della fantasia, intuisce quel che scriverà un altro Poeta al padre suo, a Recanati, dalla Roma ottocentesca e papalina, dai grandi spazi dell’Urbe: “ L’uomo non può assolutamente vivere in una grande sfera, perché la sua forza o facoltà di rapporto è limitata. In una piccola città…. alla fine i rapporti dell’uomo all’uomo e alle cose esistono, perché la sfera de’ medesimi è ristretta e proporzionata alla natura umana. In una grande città l’uomo vive senza nessunissimo rapporto a quello che lo circonda., perché la sfera è così grande, che l’individuo non la può riempire, non la può sentire intorno a sé…”.

E tuttavia avverte entro sé l’afflato prepotente che preme, che vuol farsi verso, ballata, epopea.

Ecco, sì: farà un poema.

Narrerà di come, fra tre o quattrocent’anni, quando ormai tutto il presente sarà andato in rovina il muschio del tempo avrà invaso anche gli angoli remoti delle memorie più care, le Contrade risorgeranno in una grande festa, magari d’un sol giorno, tra squilli di tromba e gran concorso di popolo e sventolìo di bandiere e garrir di orifiammi e suono di campane, per celebrare in Piazza Grande, con la nobile arte del tiro con l’arco, gli antichi splendori le vecchie glorie d’un passato colmo di tesori sepolti, ricco di verità ritrovate, carico di nostalgie di ricordi di passioni di amori riportati alla vita…

Ad occhi aperti sogna, vede ad uno ad uno i personaggi cui la sua storia darà, domattina, volto favella abilità, voglia di vivere la storia nel gran teatro del mondo.

L’ora è tarda, la candela s’assopisce a poco a poco, la soffitta illumina il chiaro della Luna, che splende alta sui tetti lucidi delle Contrade di Trento.

Sarà un gran bel giorno, quel giorno, favoleggia in cuor suo.

                                                                                          prof. Leandro Serpetti

 


Grazie Prof. Leandro Serpetti di averci dedicato queste tue preziose righe.

Sei sempre nel nostro cuore! Grazie grande Uomo. 

                                                                                               Le tue Contrade.
 

 

La sedicesima edizione del Palio delle Contrade Città di Trento in programma il 7/8/9 settembre 2018, non potrà essere effettuata a causa di insufficienti finanziamenti. Ciò, alle otto Contrade di Trento (Associazioni) e all'Associazione culturale Amici della Città (organizzatrice del Palio) spiace molto. Arrivederci al 6/7/8 settembre 2019.

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